Ascoltare. Ascoltarsi

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Ascoltare. Ascoltarsi.

Non cercare fuori da noi stessi le risposte che ci albergano dentro.

Non confondersi, ma andare al cuore pulsante delle questioni.
Di questo e di molto altro ci parla questa semplice ma chiarissima storia zen.
Forse ognuno di noi può leggere in essa una diversa sfumatura, a seconda di ciò che maggiormente gli vibra in corpo in questo momento.
Un invito a sentire il nostro suono, prima che quello altrui.
Per non confonderci, per sapere cosa ci appartiene e viene da noi piuttosto che da fuori… come il suono della nostra mano.
Infine una riflessione anche sul tempo necessario ad accogliere le cose che sono nostre ma che, a volte, non siamo ancora pronti ad ascoltare.

Il maestro del tempio Kennin era Mokurai, Tuono Silente. Aveva un piccolo protetto, di nome Toyo, che aveva solo dodici anni. Toyo vedeva i discepoli più anziani che si recavano nella stanza del maestro ogni mattina e ogni sera, per ottenere l’istruzione nel Sanzen o per ricevere dei consigli personali, e notò che venivano assegnati loro dei koan atti a fermare il vagabondare della mente.
Toyo desiderò di fare anche lui il Sanzen.
” Aspetta ancora un po’”, disse Mokurai. ” Sei troppo giovane. ”
Ma il bambino insisteva, cosicché alla fine l’insegnante acconsentì.
Alla sera, il piccolo Toyo si presentò, all’ora designata, sulla soglia della stanza di Sanzen di Mokurai. Battè il gong per annunciare la sua presenza, si inchinò devotamente tre volte fuori dalla porta e andò a sedersi di fronte al maestro in rispettoso silenzio.
“Puoi udire il suono delle due mani, quando le batti una contro l’altra”, disse Mokurai. “Ora mostrami il suono di una mano sola.”
Toyo s’inchinò e andò nella sua stanza per riflettere su questo problema. Dalla sua finestra poteva udire la musica delle geishe. ” Ah, ecco!” proclamò. La sera seguente, quando il suo insegnante gli chiese di illustrare il suono di una mano sola, Toyo cominciò a suonare la musica delle geishe.
“No, no,” disse Mokurai. “Non ci siamo. Questo non è il suono di una mano sola. Non hai capito niente.
Pensando che quella musica potesse essere un disturbo, Toyo si trasferì in un luogo più tranquillo. Meditò ancora. “Quale può essere il suono di una mano sola?”
Gli capitò di udire l’acqua che gocciolava. “Ecco”, immaginò Toyo.
Quando si ripresentò dal suo insegnante, Toyo imitò il gocciolio dell’acqua.
“Che cos’è ?” chiese Mokurai. “Questo è il suono dell’acqua che gocciola, non il suono di una mano sola. Prova ancora.”
Invano Toyo meditò per udire il suono di una mano sola. Udì il sibilo del vento. Ma il suono fu respinto. Udì il grido di un gufo. Anche questo fu rifiutato. Il suono di una mano sola non era quello delle locuste.
Per più di dieci volte, Toyo andò da Mokurai con suoni differenti. Tutti erano sbagliati. Per quasi un anno egli ponderò su quale potesse essere il suono di una mano sola.
Alla fine, Toyo entrò nella vera meditazione e trascese tutti i suoni.
“Non potevo più raccoglierne altri “, spiegò più tardi, “cosi raggiunsi il suono oltre i suoni.”
Toyo aveva realizzato il suono di una mano sola.
Tratto da “101 storie Zen” a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps

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