Approfondimenti

LA NUVOLA Lettura del gruppo di Mindfulness di giovedì 14 luglio 2016

July 14, 2016
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LA NUVOLA

Immagina di essere una nuvola. Puoi utilizzarla come immagine per la meditazione. Sei composto, sei formata da minuscoli cristalli di ghiaccio o acqua. Sei talmente leggero, leggera che non cadi a terra, puoi galleggiare nell’aria. Ci sono nuvole enormi, milioni di tonnellate d’acqua, che fluttuano in questo modo. C’è interazione, collisione, tra questi minuscoli cristalli di ghiaccio. Alcuni possono riunirsi per formare un grosso pezzo di ghiaccio, che mentre scende diventa un’enorme goccia d’acqua che cade sotto forma di pioggia. Ma forse a metà strada la goccia incontra una massa di aria calda, quindi evapora e torni nuovamente verso l’alto, scendi e risali, giù e su. Trasmigrazione, reincarnazione e rinascita avvengono di continuo, nella nuvola. Una nuvola non ha bisogno di diventare pioggia per avere una nuova vita. Ne ha una in ogni istante.

Se vedi una nuvola che fluttua nel cielo e pensi che sia sempre la stessa ti sbagli: non è vero. Una nuvola è molto attiva. Può produrre un’energia assai potente, come il fulmine, che è in grado di causare distruzione e muoversi con estrema rapidità. C’è molto della nuvola, in noi. Beviamo nuvole ogni giorno, quando beviamo acqua. Nascita, morte e rinascita avvengono dentro di noi nello stesso modo. Nascita e morte si verificano in ogni momento della nostra vita quotidiana.

Se qualcuno ti chiede: “Cosa mi succede quando muoio?” potresti aiutarlo domandando: “Cosa ti sta succedendo qui e ora?”.

Se sappiamo cosa ci succede qui e ora possiamo rispondere molto agevolmente all’altra domanda. In questo preciso istante stiamo sperimentando nascita e morte. La rinascita sta avvenendo in questo istante, perché mentalmente e fisicamente rinasci in ogni istante, ti rinnovi in ogni istante allo scopo di diventare una persona nuova, una creatura nuova. Se lo sappiamo fare, il nostro rinnovamento è magnifico.

Non dobbiamo aspettare di morire per sapere cosa ci succederà. Guardando a fondo nel momento presente vediamo che in noi nascita e morte avvengono in ogni istante, sia nel corpo sia nella nostra coscienza. Inspiriamo, assumiamo cibo e abbiamo nuove idee e nuovi sentimenti. Espiriamo, defechiamo e lasciamo andare idee e sentimenti. Quindi aria e acqua, l’intero cosmo, stanno passando attraverso di noi, ci stanno rinnovando, e noi stiamo restituendo altre cose al cosmo.

Immagina che parliamo della morte di una nuvola. Alziamo gli occhi verso il cielo e non vediamo più la nostra amata nube e gridiamo: “Oh, mia amata nuvola, non sei più là. Come posso sopravvivere senza di te? “. Stiamo pensando alla nuvola come se fosse passata dall’essere al non-essere, dell’esistenza alla non-esistenza. Ma in realtà è impossibile che una nuvola muoia. Morire significa che, di colpo, da qualcosa diventi niente, dall’essere qualcuno diventi nessuno. Ma non è questo il caso della nube. La nube non può diventare niente. È possibile che divenga pioggia, neve, nebbia o vapore acqueo, ma non è possibile che diventi nulla.

La tua nascita non è il tuo inizio. È solo la tua continuazione, perché esistevi anche prima della nascita, in altre forme. Questa pagina che stai leggendo, per esempio, in precedenza è esistita in molte altre forme. Non è scaturita dal nulla perché da niente non si può diventare qualcosa. Osservando il foglio di carta vediamo la foresta, gli alberi, la nuvola, la pioggia e il terreno che nutre di alberi. Possiamo vedere la sega che ha tagliato l’albero, il boscaiolo e la cartiera. Il foglio di carta non è scaturito dal nulla. La sua manifestazione come foglio è solo una nuova manifestazione, non una vera nascita. Così la natura di questo foglio è la natura di nessuna nascita e nessuna morte. Il foglio non può morire. Quando lo bruci osservi cosa succede, vedi che si trasforma in fumo, vapore, cenere e calore. Il calore è energia che si irradia; il fumo sale nell’aria e diventa una nuvola, e la cenere ricade sulla terra. Il foglio di carta continuerà. Come la nuvola e il foglio noi continuiamo, ma in altre forme.

Immagina che una parte della nuvola sia in grado di trasformarsi in pioggia, precipiti diventi parte del fiume. Il resto della nuvola si trova su nel cielo e, guardando in basso, vede la sua continuazione giù sulla terra. Potrebbe pensare: ” Ti auguro buon viaggio, là sotto. Io mi divertirò qui, ma spero che tu, che sei parte di me, ti diverta laggiù “. Galleggiare su nell’aria piacevole, ma scorrere quaggiù lo è altrettanto. Come esseri umani possiamo vedere anche questo punto. Possiamo vedere noi stessi nei nostri figli, studenti, amici e familiari. (…)

Vediamo noi stessi ovunque, perché in ogni istante produciamo pensieri, parole e azioni che ci perpetuano nel mondo.

Thich Nhat Hanh.

Le quattro verità dell’esistenza. Garzanti

 

 

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IL FIUME

June 28, 2016
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IL FIUME

C’era una volta un bel fiume che scorreva fra colline, boschi e praterie. All’inizio era un gaio ruscello, uno zampillo giocoso e canterino che scaturiva rapido dalla cima del monte. Allora era giovane, ma quando scese in pianura rallentò. Pensava al momento in cui sarebbe arrivato all’oceano. Col tempo, crescendo, imparò a farsi bello, serpeggiando con grazia fra colline e praterie. Un giorno si guardò e vide riflesse dentro di sé le nuvole. Nuvole di ogni forma e colore. Per giorni non fece altro che rincorrerle. Voleva una nuvola tutta sua. Ma le nuvole passano nel cielo senza fermarsi mai e cambiano forma continuamente. A volte sembrano un cappotto a volte in cavallo. L’impermanenza connaturata alle nuvole faceva soffrire molto il fiume. Il piacere e la gioia che provava a rincorrerle si dileguarono e non vi fu che disperazione rabbia e odio. Poi un giorno, un vento impetuoso spazzò via tutte le nuvole. Il cielo restò completamente vuoto. Il fiume penso che non valesse più la pena di vivere, dal momento che non c erano nuvole da inseguire. Era pronto a morire. ” Senza nuvole che senso ha la mia vita? ” Ma il fiume non può certo suicidarsi. Quella notte, il fiume conobbe un attimo di raccoglimento per la prima volta. Era stato così occupato a inseguire qualcosa di esterno che non aveva mai avuto il tempo di guardarsi. Quella notte fu la sua prima occasione di ascoltarsi e piangere, di ascoltare il rumore dell’acqua che batteva contro le sponde. Prestando ascolto alla sua voce, fece una scoperta importante. Capì che quello che aveva tanto cercato era già dentro di sé. Scoprì che le nuvole non sono altro che acqua. Che nascono dall’acqua e all’acqua faranno ritorno. E scoprì di essere acqua anche lui. Il mattino seguente, al sorgere del sole, fece una bella scoperta. Vide per la prima volta il cielo azzurro. Non lo aveva mai notato. Interessato come era alle nuvole, non aveva mai fatto caso al cielo, la casa di tutte le nuvole. Le nuvole sono impermanenti ma il cielo è perenne. Allora capì che quel cielo immenso dimorava nel suo cuore da sempre. Questa straordinaria intuizione gli donò pace e felicità. Guardando la distesa azzurra di quello splendido cielo, seppe che pace e serenità non l’avrebbero mai più abbandonato. Nel pomeriggio le nuvole tornarono, ma ora non gli importava più di possederle. Poteva ammirare la bellezza di ciascuna e dare il benvenuto a tutte. Quando arrivava una nuvola la salutava con premurosa gentilezza, quando voleva andarsene, con la stessa gentilezza le diceva allegramente arrivederci. Capi di essere tutte le nuvole. Non doveva scegliere fra sé stesso e loro. Quella sera accadde un fatto prodigioso. Quando tutto il suo cuore si aprî ad accogliere il cielo della sera, il fiume ricevette l’immagine della luna piena, bella e rotonda come un gioiello. Non aveva mai immaginato di poter ospitare un’immagine tanto bella. C’ è una stupenda poesia cinese che dice: ” La luna fresca e bella passa nel cielo assolutamente vuoto. Quando la mente degli esseri viventi è come un limpido fiume, la sua immagine vi si riflette fedelmente”. Questo era lo spirito del fiume in quel momento. Ricevette l’ immagine di quella bella luna nel suo cuore e acqua, nuvole e luna si presero per mano e si avviarono adagio verso l’oceano, praticando la meditazione camminata. Non c’è niente da inseguire. Basta tornare a noi stessi, godere del respiro, del sorriso, di ciò che siamo e delle cose belle che ci circondano.

Thich Nhat Hanh.

 

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Il tempo libero: come lo viviamo? Lettura del gruppo di Mindfulness di giovedì 19 maggio 2016

May 19, 2016
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Versione 5

Come viviamo il tempo libero?

Siamo così occupati, che troviamo a fatica il tempo di guardare noi stessi e le persone che amiamo anche quando siamo a casa. La società è strutturata in modo che, anche quando disponiamo di tempo libero, non sappiamo come impiegarlo per ristabilire il contatto con noi stessi. Abbiamo milioni di modi per sprecare questo tempo prezioso: accendere il televisore, sollevare la cornetta del telefono, salire in macchina per andare chissà dove.

Non siamo abituati a stare con noi e ci comportiamo come se non ci piacessimo, come se volessimo sfuggirci.

Meditazione significa essere consapevoli di quello che sta accadendo nel nostro corpo, nelle sensazioni, nella mente, e nel mondo.

Ogni giorno muoiono di fame quarantamila bambini. Le superpotenze dispongono di oltre cinquantamila testate nucleari, abbastanza per distruggere l’intero pianeta, e non una volta sola.

Eppure, il sole che sorge è splendido e la rosa sbocciata stamattina sul muro è un miracolo.

La vita è terribile e splendida insieme.

Meditare è entrare in contatto con tutti e due gli aspetti.

Non pensate che occorra assumere un atteggiamento solenne: quello che invece ci serve è sorridere molto.

Una volta facevo meditazione con un gruppo di bambini. Ce n’era uno che si chiamava Tim e che sorrideva meravigliosamente.

“Tim” gli dissi, “hai un sorriso meraviglioso”.

“Grazie”, rispose.

Ed io: “Non devi ringraziarmi, sono io che devo ringraziare te. Con il tuo sorriso rendi la vita più bella. Invece di dire ‘Grazie’, dovresti dire ‘Prego’ “.

Il sorriso di un bambino, il sorriso di un adulto, sono cose molto importanti.

Se nella vita quotidiana riusciamo a sorridere, se sappiamo essere in pace e felici, non solo noi, ma tutti quanti ne avranno beneficio.

Se chi sorride sapesse che sta rendendo felice un altro, potrebbe dire davvero: ‘Prego’.

Thich Nhat Hanh – www.plumvillage.org (Inglese)

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Lo psicoterapeuta, base sicura per il paziente

May 14, 2016
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“Se un terapeuta non dà la possibilità

di sentire un certo grado di sicurezza,

la terapia non può neanche avere inizio”

(Bowlby,1988)

 

Il terapeuta rappresenta una base sicura per il paziente al fine di garantire le condizioni di sicurezza e accettazione non giudicante, in un contesto di sintonia ed empatia. Fornire aiuto e comprensione al paziente è la condizione preliminare per esplorare i suoi contenuti mentali.

Il paziente adulto arriva in psicoterapia con un bagaglio di sofferenza per cui chiede conforto e aiuto, non solo con la speranza di uscire dal suo stato di malessere, con aspettative e timori più o meno coscienti di rivivere esperienze dolorose, ma anche con una meta, un piano, un progetto relativo a ciò che vorrebbe conseguire grazie a tale incontro.

La relazione terapeutica diventa il contesto privilegiato dove poter esplorare i contenuti mentali, accedere a bisogni rimasti insoddisfatti, regolare l’emotività, accettare, acquisire consapevolezza dei propri meccanismi interni e di funzionamento e cambiare aspetti dolorosi e intollerabili del proprio vissuto.

In terapia, è il paziente a scegliere gli aspetti dolorosi su cui lavorare e diventa lui stesso l’attore del cambiamento. Il terapeuta attraverso la narrazione, gli episodi di vita del paziente, analizzerà i temi di pensiero ricorrenti, le emozioni e le sensazioni somatiche segnate da sofferenza, le aspettative che nutre nei confronti degli altri e di sé stesso al fine di prendere coscienza del modo in cui percepisce il mondo e interpreta la realtà. Il modo in cui diamo significato agli eventi che viviamo, il vissuto soggettivo della persona, le lenti che indossiamo per interpretare e conoscere il mondo, diventa il focus della terapia. Infatti ciascuno di noi si costruisce una rappresentazione di sé, frutto di interazioni ed eventi vissuti nell’infanzia e nell’adolescenza nelle relazioni con le figure di attaccamento, i genitori, e si consolida e si mantiene per tutta la vita. Si sviluppano convinzioni, credenze su sé stessi, sugli altri e sul mondo, frutto di un apprendimento passato e capace di orientare i comportamenti in futuro e influenzare le relazioni interpersonali. Sono proprio questi schemi di sé e dell’altro a essere causa di sofferenza emotiva. Molti possono sentirsi incapaci di stabilire delle relazioni sicure e si sentono non amati, esclusi, non accettati, isolati e sfiduciati. Altri possono sviluppare l’idea di sé come deboli, incapaci di agire in maniera autonoma senza l’aiuto e il supporto di qualcuno, possono avere un estremo bisogno di conferme, e rassicurazioni. Altre persone invece presentano una rappresentazione di sé come superiore agli altri, controllanti nelle relazioni, poco proni all’ascolto e al rispetto altrui. Pertanto, l’efficacia di una terapia è nella possibilità di sentire e agire in modo nuovo, costruire modi alternativi di comportarsi adatti alla vita attuale del paziente e creare le condizioni che possono facilitare il cambiamento. Ogni cambiamento passa attraverso l’accettazione di sé stessi e di come si è realmente. Infatti di pari passo al cambiamento, il paziente viene progressivamente spinto ad accettare quelle situazioni o vissuti di vita passata, che non possono essere modificati.

L’accettazione è la capacità dell’individuo di entrare in contatto, nel momento presente, di eventi interni e temuti, evitati per lungo tempo. L’accettazione dell’esperienza aiuta a prendere consapevolezza del proprio mondo interiore senza giudizi e senza valutazioni, guardando le cose così come sono.

Questo non significa assumere un atteggiamento passivo o di rinuncia ai propri principi e valori, ma rimanere ricettivi al proprio sentire, osservare il proprio mondo interiore. Solo con l’accettazione e la consapevolezza del momento presente, i pensieri e le etichette che ciascun individuo si dà, perdono il loro status di “fatti” e si riconoscono nel loro vero carattere transitorio. Il solo fatto di riconoscere i pensieri come tali, libera la persona da una narrazione distorta. Occorre trattare i pensieri semplicemente come pensieri, senza alcuna identificazione con essi. Solo così, i pensieri e le emozioni più dolorose, diventano meno minacciosi e riducono l’impatto che essi hanno sulla vita di una persona. Questo è il presupposto del cambiamento e di spinta verso l’azione.

Quando paziente e terapeuta si impegnano nell’azione, la relazione terapeutica è efficace, aperta, calda e supportiva.

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Ascoltare. Ascoltarsi

May 14, 2016
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Ascoltare. Ascoltarsi.

Non cercare fuori da noi stessi le risposte che ci albergano dentro.

Non confondersi, ma andare al cuore pulsante delle questioni.
Di questo e di molto altro ci parla questa semplice ma chiarissima storia zen.
Forse ognuno di noi può leggere in essa una diversa sfumatura, a seconda di ciò che maggiormente gli vibra in corpo in questo momento.
Un invito a sentire il nostro suono, prima che quello altrui.
Per non confonderci, per sapere cosa ci appartiene e viene da noi piuttosto che da fuori… come il suono della nostra mano.
Infine una riflessione anche sul tempo necessario ad accogliere le cose che sono nostre ma che, a volte, non siamo ancora pronti ad ascoltare.

Il maestro del tempio Kennin era Mokurai, Tuono Silente. Aveva un piccolo protetto, di nome Toyo, che aveva solo dodici anni. Toyo vedeva i discepoli più anziani che si recavano nella stanza del maestro ogni mattina e ogni sera, per ottenere l’istruzione nel Sanzen o per ricevere dei consigli personali, e notò che venivano assegnati loro dei koan atti a fermare il vagabondare della mente.
Toyo desiderò di fare anche lui il Sanzen.
” Aspetta ancora un po’”, disse Mokurai. ” Sei troppo giovane. ”
Ma il bambino insisteva, cosicché alla fine l’insegnante acconsentì.
Alla sera, il piccolo Toyo si presentò, all’ora designata, sulla soglia della stanza di Sanzen di Mokurai. Battè il gong per annunciare la sua presenza, si inchinò devotamente tre volte fuori dalla porta e andò a sedersi di fronte al maestro in rispettoso silenzio.
“Puoi udire il suono delle due mani, quando le batti una contro l’altra”, disse Mokurai. “Ora mostrami il suono di una mano sola.”
Toyo s’inchinò e andò nella sua stanza per riflettere su questo problema. Dalla sua finestra poteva udire la musica delle geishe. ” Ah, ecco!” proclamò. La sera seguente, quando il suo insegnante gli chiese di illustrare il suono di una mano sola, Toyo cominciò a suonare la musica delle geishe.
“No, no,” disse Mokurai. “Non ci siamo. Questo non è il suono di una mano sola. Non hai capito niente.
Pensando che quella musica potesse essere un disturbo, Toyo si trasferì in un luogo più tranquillo. Meditò ancora. “Quale può essere il suono di una mano sola?”
Gli capitò di udire l’acqua che gocciolava. “Ecco”, immaginò Toyo.
Quando si ripresentò dal suo insegnante, Toyo imitò il gocciolio dell’acqua.
“Che cos’è ?” chiese Mokurai. “Questo è il suono dell’acqua che gocciola, non il suono di una mano sola. Prova ancora.”
Invano Toyo meditò per udire il suono di una mano sola. Udì il sibilo del vento. Ma il suono fu respinto. Udì il grido di un gufo. Anche questo fu rifiutato. Il suono di una mano sola non era quello delle locuste.
Per più di dieci volte, Toyo andò da Mokurai con suoni differenti. Tutti erano sbagliati. Per quasi un anno egli ponderò su quale potesse essere il suono di una mano sola.
Alla fine, Toyo entrò nella vera meditazione e trascese tutti i suoni.
“Non potevo più raccoglierne altri “, spiegò più tardi, “cosi raggiunsi il suono oltre i suoni.”
Toyo aveva realizzato il suono di una mano sola.
Tratto da “101 storie Zen” a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps

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Cos’è l “Acceptance and Commitment Therapy” (ACT), in italiano “Terapia legata all’accettazione e all’impegno”?

May 10, 2016
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Sedia

L’Acceptance and Commitment Therapy è una psicoterapia di terza generazione che propone un fondamentale cambiamento di prospettiva: uno spostamento nel modo in cui viene considerata la propria esperienza personale.

Immaginiamo una sedia che ha quattro gambe, ma nel momento in cui una persona si siede su di essa, una delle gambe cede. Descriveresti questa sedia come “rotta”, “difettosa”, “danneggiata”? Molte persone sostengono che sia rotta, difettosa o danneggiata. Il problema è che queste risposte non tengono conto del ruolo del contesto.

Invito il lettore a provare a pensare in modo alternativo: pensiamo almeno tre contesti nei quali potremmo dire che questa sedia funziona molto efficacemente per i nostri propositi. …Fare uno scherzo… Fare una nostra di arte… Mostrare difetti di progettazione in corso di arredamento… Sviluppare l’equilibrio, la coordinazione ovvero cercare di sedersi senza cadere. In tutti questi contesti, questa sedia funziona molto bene per i nostri scopi. Ma se continuiamo a vedere solo la sedia come rotta o difettosa, automaticamente saremmo tentati a ripararla o rimuoverla.

Questo equivale a dire che quando in psicoterapia siamo con un paziente che ci dice che si sente “patologico”, “anormale” o “malato” e che ha alcuni aspetti di sé “deficitari” come la fiducia in sé o ancora pensieri e emozioni negative che vanno allontanate o rimosse (es. non voglio più provare ansia), la persona sarà tentata a sbarazzarsi di questi pensieri, allontanandoli da sé, evitando di provare certe emozioni o a rimuovere aspetti che sono alla base della sofferenza. I pazienti vengono in terapia con un “problema” di base, combattono con un contenuto mentale perdendo di vista loro stessi.

In realtà, nessun pensiero e nessuna emozione o aspetto di sé, è problematico o disfunzionale.

Se però gli diamo un’etichetta negativa questo condizionerà la vita del paziente, inducendolo a vivere una vita di sofferenza.

Lottare con i nostri stessi pensieri o sensazioni porterà a conseguenze disastrose.

Cambiare il modo in cui ci rapportiamo ai pensieri o alle emozioni, semplicemente accettandoli; in una ottica mindful, riconosciamo i nostri pensieri come tali.

Con la mindfulness i pensieri e le emozioni non sono più un ostacolo alla vita, ma NORMALI ESPERIENZE UMANE CHE SONO PARTE NATURALE DI UNA VITA PIENA DI SIGNIFICATO.

(da “FARE ACT” di Harris)

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OGNUNO PROIETTA SULL’ALTRO QUELLO CHE HA DENTRO Lettura del gruppo di Mindfulness di giovedì 5 maggio 2016

May 6, 2016
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OGNUNO PROIETTA SULL’ALTRO QUELLO CHE HA DENTRO

Questa breve storia zen ci ricorda come la realtà oggettiva sia interpretata a partire dalla propria organizzazione cognitiva soggettiva. Secondo la Psicologia Cognitiva la nostra mente elabora informazioni provenienti dall’esterno, restituendo a sua volta informazioni sotto forma di rappresentazione della conoscenza, organizzata in reti semantiche e cognitive che rispecchiano il mondo interiore dell’osservatore.

Ogni individuo ha  una propria mappa interiore di significati personali che lo orientano nella lettura del mondo.

 

 

C’era una volta un vecchio saggio seduto ai bordi di un’oasi all’entrata di una città del Medio Oriente.

Un giovane si avvicinò e gli domandò:

“Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?”

L’uomo rispose a sua volta con una domanda:

“Come erano gli abitanti della città da cui venivi?”

“Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là”.

“Così sono gli abitanti di questa città!”, gli rispose il vecchio saggio.

Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all’uomo e gli pose la stessa domanda:

“Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?”

L’uomo rispose di nuovo con la stessa domanda:

“Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?”.

“Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli!”.

“Anche gli abitanti di questa città sono così!”, rispose il vecchio saggio.

Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all’abbeveraggio aveva udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero:

“Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone?

“Figlio mio”, rispose il saggio, “ciascuno porta nel suo cuore ciò che è. Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui. Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell’altra città,troverà anche qui degli amici leali e fedeli. Perché, vedi, ogni essere umano è portato a vedere negli altri quello che è nel suo cuore”.

Nella vita si trova sempre ciò che ci aspettiamo di trovare, perché ognuno proietta all’esterno ciò che risiede dentro di sé.

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Dittature Interiori

April 28, 2016
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Stare bene, stare nel bene è una nostra decisione? È una nostra scelta? E se sì, è possibile autorizzare se stessi/e alla pace e al bene-essere?

Questo è tempo di violenza e di guerre crudeli alle porte della nostra Europa, violenza, guerre crudeli tra esseri umani e dentro ognuno e ognuna. Tempo di ingiustizia, di intolleranza, di sofferenza diffuse su tutta la terra.
Più forte è il rumore della guerra e della violenza, più forte è, anche se silenzioso e inespresso, il desiderio di pace; più profonda è la coscienza del malessere e più profondo è il bisogno di bene e, quindi, più urgente la necessità del cambiamento.

Ma cambiare è possibile? Come avviene il cambiamento? Chi decide il cambiamento verso il bene-essere?

Le forze distruttive, totalitarie, dittatoriali per mantenere il potere hanno bisogno di nascondere agli esseri umani, e prima di tutto a se stesse, la capacità di essere felici insita in ogni persona e ogni comunità, la possibilità di guarire che è in ognuna/o, quelle forze hanno bisogno di tenere le persone nella paura, nell’ignoranza, nell’impotenza. Le persone consapevoli, felici e libere dalla paura non fanno le guerre. La violenza, dalla più piccola alla più grande, la violenza diretta verso se stessi, se stesse e verso il prossimo, qualsiasi violenza verbale e/o fisica è figlia della paura.
Se non abbiamo paura, se siamo nella tranquillità, se siamo in pace, non facciamo mai del male né a noi stesse/i, né alle altre persone, neanche agli animali e neppure all’ambiente. Se non abbiamo paura, siamo inondate/i dal rispetto e dalla gratitudine per ogni cosa dentro e intorno a noi, siamo grati e grate alla vita momento dopo momento e siamo immediatamente profondamente gentili con noi stesse/i e con il mondo. Gratitudine e gentilezza, compassione e conoscenza chiara di sé sono strade di felicità, di bene-essere.
Liberarsi dalla dittatura della sofferenza, della paura ha a che fare con il dentro, non con il fuori, ha a che fare con l’atteggiamento profondo che abbiamo verso noi stessi/e, ha a che fare con i modi abituali e più nascosti, più automatici e più inconsapevoli con i quali ci rapportiamo con noi stessi/e.
Possiamo intanto farci delle domande.

Che atteggiamento ho verso me stessa/o ora, in questo momento? Sto incontrando me stessa/o? Come mi sto incontrando? Sto rifiutando di incontrarmi davvero? Anche solo farsi queste domande, le domande giuste, avvicina la “soluzione”.

Per guardarci dentro appassionatamente e con rispetto, per studiarci con il cuore aperto e conoscerci profondamente è necessario lasciare andare il giudizio ed entrare nella “modalità comprensione”. Comprensione è “prendere con” e non ha niente a che vedere con qualsiasi forma di passiva autoindulgenza, è qualcosa di attivo, di intenzionale. E’ un atto di volontà.
Se dei paesi nemici non si incontrano mai, se non desiderano veramente conoscersi, pur desiderando la pace non potranno mai realizzarla pienamente. Se le genti israeliane e palestinesi non si incontrano davvero – incontrarsi significa conoscersi bene, rispettarsi significa soffermarsi, prendersi il tempo di conoscersi in agio – pur volendola fortemente non potranno costruire una pace reale. Potranno fare leggi, trattati, patti, ma non sarà vera pace.
Se guardo bene, vedo dentro di me la palestinese e l’israeliana, la bimba siriana impaurita al confine macedone e il gendarme che le spara proiettili di gomma in testa, magari con le migliori intenzioni. Dentro di me c’è l’ingegnera di Aleppo che, nel campo profughi in Grecia, si vergogna a dover elemosinare l’acqua per sé e per il figlio e c’è il primo ministro ungherese che la vuole rispedire nell’inferno siriano perché disturba l’ordine del suo paese.
Non è facile vedere e incontrare la nostra paura e la stupidità, la violenza e l’avidità, la superbia e la sete di potere. Non è affatto facile.

Partendo dalla consapevolezza di questa difficoltà possiamo incuriosirci e provare con delicatezza a farci altre domande.

Come sto trattando la bimba profuga siriana terrorizzata che abita in me? Sto guardando davvero la mia interiore ingegnera di Aleppo carica di vergogna e di rabbia? Come sto considerando il mio gendarme macedone pieno di paura pronto a respingere e anche a sparare sui profughi?
Se rifiuto queste parti spaventate, meschine, deboli e impotenti, se giudico e critico le mie parti avide, stupide e aggressive in realtà le sto ingrassando e sto facendo morire di fame la mia parte compassionevole e infinitamente capace di conoscenza, comprensione, cambiamento verso il bene-essere.
Se vogliamo liberarci dalle nostre violente dittature interiori, possiamo, partendo da noi stessi/e, ricordarci di ESSERE pace in ogni pensiero, in ogni parola, in ogni comportamento, ricordarci di coltivare curiosità gentile e aperta e attivamente compassionevole, ricordarci, almeno ogni tanto, di nutrire il nostro desiderio di conoscenza e di cura verso tutte le nostre parti, soprattutto verso quelle che ci piacciono meno.

Lorella Maria Grecu

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Letture del gruppo di Mindfulness di giovedì 21aprile 2016

April 22, 2016
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Letture del gruppo di pratica di Mindfulness

Sulla Montagna

“I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi”

(Johann Wolfgang Goethe)

 

MONTAGNE CARE

 Montagne care, voi non mi mentite

non mi mandate via, né mai fuggite.

Quegli occhi sempre fissi-sempre uguali

mi guardano lontani, viola, lenti

quando fallisco o fingo, o quando invano

mi attribuisco titoli regali.

 

Mie potenti madonne, sotto il colle,

abbiate cara la monaca riottosa

che si dedica a voi completamente.

Il suo ultimo gesto di pietà

quando il giorno svanisce su nel cielo

è levare lo sguardo verso voi.

 

(Emily Dickinson)

 

 

Ah, Tenerife!

 

Ah Tenerife!

Ritrosa Montagna!

Porpore di Ere sostano per te

Il Tramonto passa in rassegna il suo Reggimento di Zaffiro

Il Giorno fa cadere su di te il suo Rosso Addio!

Immobile Ricoperta dalla tua Maglia di ghiacci

Coscia di Granito e muscolo d’Acciaio

Incurante in egual misura di pompa o commiato

Ah, Tenerife!

M’inginocchio silente

 

 

(Emily Dickinson)

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Meditazione del mare. Pratica del gruppo di Mindfulness di giovedì 7aprile 2016

April 7, 2016
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IMG_8447.jpg copiaMEDITAZIONE DEL MARE

Prendiamo posizione per la meditazione con la schiena dritta e non rigida, sediamo comodamente, con uno slancio verso l’alto mentre lasciamo andare l’addome.

Sediamo vigili, sveglie e piene di dignità.

 

Riportiamo alla mente l’intenzione di essere presenti e consapevoli di tutto ciò che accade, mentre accade, qualsiasi cosa accada.

Poi ricordiamo la nostra motivazione che è quella di coltivare il benessere, lo stare bene, per la nostra vita e per la vita di tutti gli esseri.

 

Prendiamo ora contatto con il momento presente portando tutta la nostra attenzione al respiro. Permettiamo alla mente di riposare seguendo il ritmo naturale del respiro.

Ognuno e ognuna ha il proprio ritmo del respiro. Permettiamoci di trovare il nostro ritmo.

Stiamo semplicemente in contatto, con piena e delicata attenzione, con il respiro.

Quando la mente si distrae, cosa che fa normalmente, va bene: semplicemente e gentilmente riportiamo la mente al respiro.

Seguiamo il respiro così com’è.

Siamo qui ora, in questo spazio e respiriamo.

 

Adesso espandiamo la nostra attenzione a tutto il corpo.

Cominciamo chiedendoci: “Come sto in questo momento dentro di me?”.

Sentiamo il corpo, prestiamo una generosa e delicata attenzione alle sensazioni che si manifestano nel corpo momento per momento,  permettiamo semplicemente alle sensazioni di raggiungerci.

Riposiamo ora con le sensazioni del corpo così come sono.

Quando la mente si distrae, con gentilezza, riportiamo l’attenzione al corpo.

 

Ora iniziamo la parte immaginativa della pratica.

Immaginiamo di essere stabili e radicate come rocce.

Immaginiamo di trovarci di fronte al mare.

C’è il sole.

Una brezza leggera e tiepida accarezza il corpo e il viso.

Ci sentiamo completamente calme e al sicuro.

Stiamo osservando il mare da un luogo protetto, sicuro, al riparo dalle intemperie, al riparo dalle onde.

Le onde, che vediamo davanti ai nostri occhi, sono alte, irregolari, si scontrano continuamente l’una con l’altra e contro la scogliera.

Si vedono getti altissimi di schiuma bianca illuminati dal riflesso del sole.

Il mare davanti a noi ribolle con tutti i suoi bellissimi colori, dal blu all’azzurro, dal turchese al celeste pastello.

Noi siamo stabili e al sicuro.

E osserviamo dalla giusta distanza un meraviglioso e pericoloso mare in tempesta.

Un mare in tempesta che, nelle sue profondità, è completamente calmo e imperturbabile.

 

La nostra mente è come l’oceano.

La superficie della nostra mente può essere del tutto piatta o appena increspata oppure agitata o molto agitata con onde implacabili e irruente come possono essere i pensieri, i progetti, le anticipazioni, le preoccupazioni, i desideri.

Ma, nel profondo, la nostra mente ha una natura calma e imperturbabile come le profondità del mare.

Possiamo osservare senza giudicare la nostra superficie sempre mobile, sempre in continuo cambiamento come le onde del mare.

Possiamo osservare in modo equanime posizionandoci in un luogo sicuro, protetto e accogliente.

Quel luogo è la nostra consapevolezza.

Se ci facciamo trascinare dalle onde vuole dire che ci stiamo identificando con le onde stesse, con i pensieri, emozioni, sensazioni, ci stiamo fondendo con esse, non stiamo più osservando in modo equanime.

 

Se osserviamo dalla giusta distanza, come da un luogo sicuro e accogliente di fronte al mare, se osserviamo le onde con gentilezza, con calma, con equanimità, riposando nella nostra consapevolezza, potremo osservare lo spettacolo meraviglioso del mare in continuo movimento che è la nostra mente.

 

 

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